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L'UOMO CHE RACCOGLIEVA BOTTIGLIE

testo, regia, elemento scenico e interpretazione
PINO PETRUZZELLI


musiche
Arvo Part

voce narrante
Paola Piacentini

luci e suono
Francesco Ziello

produttore esecutivo
Centro Teatro Ipotesi


uno spettacolo dedicato ad Andrej Tarkovskij

Protagonista dello spettacolo è Pasquale, maestro d’ascia di Lampedusa. Sull’isola è rimasto solo lui a costruire barche. Di tanto in tanto Pasquale raggiunge uno scoglio che domina il mare. Un posto quasi inarrivabile. Lì ama sedere.
Da lì ha visto l’acqua che toglie vita.

“In silenzio venne calata a terra la rete. In mezzo ai pesci che ancora si muovevano, c’era il corpo di quel poveretto. A mala pena si capì che era appartenuto a un africano. Chissà da quanti giorni era in mare.”

Pasquale, quando non costruisce barche, raccoglie bottiglie per tenere pulito il suo mare. Sulla spiaggia c’è un albero secco. Ogni giorno Pasquale vi porta acqua. L’acqua che dona vita.

“C’era una volta un uomo, passo dopo passo, secchio dopo secchio portava l’acqua sulla montagna e innaffiava l’albero secco, credendo senza il minimo dubbio nella necessità di ciò che faceva, e perciò assistette al Miracolo: una mattina i rami dell’albero si rianimarono e si coprirono di foglie.
Ma questo è forse un miracolo? E’ soltanto la verità.”


Pasquale è la bellezza di un mondo ancora vivo.

“Come tiene vivi svegliarsi al mattino per vedere l’alba. Emozionarsi per il sole che sorge. A volte è ancora notte quando scendo in porto a prendere un caffé. Faccio due parole coi pescatori, vado a sedermi su una bitta e guardo il cielo che piano piano si rischiara. E allora mi pare di aver capito tutto. E mi dico: ‐ Pasquale, lo sai che è proprio bello vivere? ‐ E’ l’alba che fa questo effetto, non tre milioni di euro in tasca. Passi il tuo tempo a mettere soldi sotto la mattonella e intanto ti perdi l’alba. E così arrivi a cinquanta, sessanta anni, i capelli bianchi, la faccia piena di rughe e solo allora ti accorgi che della vita non avevi capito una minchia.”

Pasquale è anche un grazie al pensiero del grande cineasta Andrej Tarkovskij.


L’UOMO CHE RACCOGLIEVA BOTTIGLIE
note di regia di Pino Petruzzelli

Una boccata d’ossigeno. Ecco, questo è Pasquale: il maestro d’ascia che la vita l’ha sempre vissuta come una speranza da non tradire. “Ha picchiato forte la vita su queste spalle” dice, “ma non è mai riuscita a mettermi al tappeto.”

E’ vero, Pasquale è un baluardo di resistenza umana.

Ma in cosa consiste la sua resistenza? Nel fare cose non diverse da ciò che pensa e dice. Nel tentativo di provare a fare ciò che a lui par giusto, anche a costo di andare fuori da ogni logica.
Pasquale, giorno dopo giorno, porta acqua a un albero secco. E non importa se la pianta non riuscirà a fiorire perché ciò che conta è quel gesto. Un appena‐appena, direbbe Tolstoj, capace di dare dignità a una vita. “A pensare a grandi cambiamenti, non faremo neanche i piccoli.” Dice Pasquale, con piena assunzione di responsabilità individuale.

Certo Pasquale non è un vincitore, ma neppure un perdente: è uno che ha scelto altre regole del gioco. Un uomo capace di andare in direzione ostinata e contraria, come i personaggi di Alvaro Mutis. Pasquale non è un uomo in fuga dal mondo, al contrario è un uomo forse ridicolo, ingenuo, idiota, ma in cammino attraverso il mondo guidato da un’inesauribile fede nella speranza.

Con Pasquale ho cercato di recuperare i lembi di una storia spezzata per provare a ricucirli e a raccontare un’Italia, in apparenza sepolta, ma in verità ancora vitale.
Pasquale, pur con le sue imperfezioni e contraddizioni, riesce a esprimere una speranza radicata in un passato fatto di fatica e voglia di sopravvivenza e quindi proiettata in un futuro di civili e umane convivenze. La memoria ci fa guardare avanti e ci proietta in un futuro liberato.

Ho voluto lasciare la parola a un’Italia che ancora resiste, lavora e produce, seppur nel silenzio in cui è stata relegata dall’arroganza di massa.
Pasquale è la bellezza di un mondo ancora vivo che palpita e pulsa sotto la cenere.

Il nostro maestro d’ascia, lontano da ogni centro di potere, è traccia di ricchezza umana, scintilla di umanità in contrasto con i paladini della grande Religione dell’Economia.

Ascoltare i pensieri del maestro d’ascia vuol dire credere nella memoria, non come atto finale del crepuscolo di una società consumista, razzista e refrattaria all’assunzione di responsabilità, bensì come punto di partenza per nuove e illuminanti prospettive. Avere memoria significa sapere quali passi compiere in futuro.

Lo spettacolo è anche un grazie al pensiero del grande cineasta Andrej Tarkovskij:

“Io sono per un’arte che dia all’uomo speranza e fede. E quanto più disperato è il mondo di cui parla l’artista, tanto più, forse, si deve avvertire l’ideale che viene a esso contrapposto, altrimenti sarebbe semplicemente impossibile vivere.”

“Qualsiasi forma di creazione artistica tende alla semplicità, alla forma di espressione più semplice possibile. Aspirare alla semplicità significa aspirare alla profondità nella rappresentazione della vita.”