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 IL RAGAZZO CHE AMAVA GLI ALBERI










IL RAGAZZO CHE AMAVA GLI ALBERI

uno spettacolo di e con
PINO PETRUZZELLI

aiuto regia
paola piacentini


luci
francesco ziello


voce di rachid
giacomo petruzzelli


“Quando gli uomini vivevano dentro la natura, gli alberi erano un tramite tra la terra e il cielo e tra il cielo e la terra.”

Nella scuola media “Falcone/Borsellino” c’è un ragazzo.
Uno.
Ce ne sono tanti ma uno si chiama Rachid.
Di lui non si sa niente, finché un professore non si mette in ascolto e scopre qualcosa in più di quel ragazzo, del suo sorriso, della sua patria, della sua terra.
Il professore scopre la famiglia di Rachid: padre e fratello. Scopre che Rachid non ha neanche sedici anni e la mattina, prima delle lezioni, lavora al mercato del pesce e poi a scuola dorme. Scopre che Rachid è amico di Arzeni, il migliore studente della classe. E soprattutto, durante una gita scolastica, scopre la passione di Rachid per gli alberi. Rachid si immerge nei i boschi e abbraccia gli alberi. E li tiene stretti.
Il professore scopre che Rachid ama gli alberi.
Rachid vuole diventare un albero dalle radici ben piantate nel terreno.
Rachid è legato alla terra perché nella vita gli è venuta a mancare.
La terra che lo ha partorito non c’è più e ora c’è solo erranza.
E allora non rimane che il sogno di quella terra.
Un sogno che è stato salvezza, quando in mare, senza una barca, nel buio di quella notte maledetta, raggiunse una qualche riva di una qualche altra terra.
Questo ora il professore sa, eppure…


NOTE DI REGIA
Emigrazione – Erranza

Rachid, l’immigrato, vaga, erra per le strade delle nostre città.
Il suo vagare è abitato da ricordi. Ricordi di una terra rovente, di deserto, di pietre e di radici bruciate. Ricordi che sono ricerca di un’infanzia forse idealizzata, ma certo rubata, strappata “dalle infantili bugie occidentali”. Il ragazzo che amava gli alberi è questo: terra strappata alla terra, figlio strappato alla madre.
Un itinerario interiore attraverso il mito del deserto che ci lascia soli davanti a noi stessi spazzando via l’inutile e il superfluo in un cammino per sottrazione.
In cammino è Rachid, ma in cammino è anche il suo professore che, attraversando il mistero del tradimento di un ideale, rivela tutta la fragilità delle nostre certezze quotidiane.
Camminando in questo deserto, in questa terra d’esilio, è possibile perdersi ma anche ritrovarsi.

Pino Petruzzelli


IL TESTO DELLO SPETTACOLO E’ BASATO SU UNA VICENDA REALMENTE ACCADUTA

Estratto da un tema di Rachid.

“L’albero che mi piace di più è quello che sta sopra a dove si siede mio padre. I pomeriggi papà se ne sta con i suoi amici seduto su una panchina che c’è sotto un albero in una specie di terrazzino che c’è nella piazzetta del paese. Sotto quell’albero si che te ne puoi stare al fresco quando fuori c’è tanto caldo e il sole batte forte, magari alle due del pomeriggio di estate. Però è anche bello stare sotto l’albero quando è autunno e diventa tutto rosso. Che io non lo sapevo che gli alberi diventano del colore di una collana cha aveva mia mamma che era vecchia e d’oro. Ma mi piace quell’albero pure d’inverno con i suoi rami senza foglie che sembrano delle braccia che ti abbracciano. Si, mi piace quell’albero dove sotto si siede papà. E mi piacciono pure quelle radici che hanno cercato di entrare tutte in quella piccola aiola, ma l’aiola era troppo piccola e così tante sono rimaste fuori e tutti le vedono. O almeno, io le vedo. E mi avvicino e tante volte ci parlo a quelle radici che sono rimaste fuori. E loro mi rispondono e mi dicono che ci hanno tutte le ossa che ci fanno male che tanta gente che passa le calpesta. E che alcuni ci buttano dentro anche le cicche ancora accese. E che alcuni ci sputano. E che i cani e anche alcune persone di notte ci pisciano pure addosso. E non se ne fregano che loro sono le radici degli alberi che non sono riuscite a entrare nell’aiola, che loro continuano a pisciarci sopra. Ma non è che lo fanno per cattiveria, mi dice la radice, lo fanno perché non se ne accorgono nemmeno. – Io non vorrei che la gente mi facesse la pipì addosso - mi ha detto una volta una radice. Vorrei che fossero gentili con me, che già mi tocca restare fuori della mia casa e in più mi devo prendere pure gli sputi e le cicche e la piscia della gente e gli stronzi dei cani. Vorrei essere come quell’albero che sta lì fermo e nessuno lo sposta da quella terra. Pure se gli fanno la pipì addosso, nessuno lo sposta da quella terra.”

La potenza del teatro.

Il mondo della scuola come lente d’ingrandimento sul presente e sul passato. Un professore di lettere impegnato a riflettere su di noi e sulle nostre radici, sull’immigrazione e sull’integrazione attraverso gli occhi di Rachid, un sedicenne marocchino che lavorando di notte al porto, recupera le ore di sonno al mattino sui banchi di scuola. “Il ragazzo che amava gli alberi” è il nuovo, intenso spettacolo di Pino Petruzzelli, eclettico autore, attore, regista e scrittore barese d’origine e genovese d’adozione. Un monologo profondo e riflessivo di un artista da sempre impegnato contro il razzismo e contro i pregiudizi, dove l’amore di Rachid per gli alberi e le loro radici, diviene la metafora dell’amore e del rispetto che ogni uomo dovrebbe avere per le “sue” radici, quelle della Madre Terra su cui vive e quelle del mondo africano da cui antropologicamente proviene. Come spiega lo stesso Petruzzelli, infatti, “L’albero è la nostra storia, le nostre radici, la possibilità di procedere ricordando il passato”.

Gabriele Gallo